Angora, ecco cosa realmente celano gli allevamenti di questa razza di conigli

Sono, ormai, molte le inchieste condotte negli allevamenti di conigli d’angora, altrettante le denunce e numerose le petizioni per chiedere di chiuderli, ma, al momento, nulla sembra cambiare.

Ieri parlando con una mia amica grafica, per chiederle qualche suggerimento su una possibile campagna a favore dei conigli, mi sono sentita fare la solita domanda: “Ma parli di conigli da carne o di conigli da compagnia?“. Credo che questo sia il nocciolo della questione. Anche mettendo la parola “coniglio” su qualsiasi motore di ricerca su internet, appaiono indifferentemente notizie sui conigli cosiddetti d’affezione, come anche ricette sul come preparare la carne di questi animali.

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Fonte: One Voice

Quindi, benché sia il terzo animale domestico presente nelle nostre case, subito dopo cani e gatti, tuttavia il coniglio ancora trova notevoli difficoltà per essere riconosciuto a tutti gli effetti un pet.

Quando, poi si sposta l’attenzione dai fornelli della cucina agli armadi delle camere da letto, le cose peggiorano nettamente. Infatti, molti ancora ignorano le condizioni in cui sono costretti a vivere i conigli d’angora (tralascio quelli che pensano che l’angora sia una pecora – e non sono pochi -, perché questo la dice lunga sulla nostra attenzione verso il mondo animale!).

Ecco, negli ultimi anni in particolare alcune organizzazioni mondiali, come la PETA o One Voice, hanno condotto delle inchieste all’interno degli allevamenti dei conigli d’angora, diffondendo immagini atroci e chiedendo la loro chiusura, ma nulla sembra per ora cambiato.

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Fonte: One Voice

Per chi, come noi di Amiconiglio, i conigli – come tutti gli altri animali – sono considerati dei membri della famiglia, non è neppure ipotizzabile l’idea di poterli sfruttare per qualsivoglia motivo, ma l’industria redditizia, e non poco, dell’angora non la pensa affatto così.

Sofferenza e morte, dolore e terrore in questi allevamenti sono le parole d’ordine e il silenzio regna solo quando tutto è finito.

I conigli, infatti in queste realtà vivono all’interno di gabbie singole molto strette e prive di pavimentazione e non escono se non nei momenti, in cui viene letteralmente strappata loro la pelliccia con le mani, dopo averli legati ad un tavolo, immobilizzando loro la testa e le zampe posteriori.

Le loro urla strazianti, in quei momenti, riempiono l’aria e il più delle volte questo avviene di fronte agli altri animali, che sono in attesa del loro turno. Tutto ciò’, come hanno mostrato i video realizzati dagli attivisti, crea una situazione di shock in gran parte degli animali, che rimangono bloccati dal terrore.

Chi ha seguito le indagini all’interno degli allevamenti d’angora, come Muriel Arnal, la presidente e fondatrice dell’associazione One Voice, ha testimoniato quanto vissuto in prima persona, con queste parole: “I conigli soffrono, piangono, è inaccettabile. A volte la pelle si strappa quando vengono depilati ogni tre mesi”. 

Parole forti, che arrivano dritte al cuore e lasciano un segno. Proprio come le immagini, che vedete qui e che sono sempre state scattate dagli attivisti di One Voice in Francia, dove l’industria dell’angora ha un fatturato importante e produce circa tre quintali e mezzo di angora all’anno, poi impiegata per la realizzazione di capi di moda o di alcuni filati.

Lo strappo del pelo viene pratico all’incirca ogni tre mesi e, una volta reso il coniglio nudo, lo si fa vivere al freddo, così da accelerare i tempi di ricrescita della pelliccia.

Alla fine del suo ciclo di produzione, in un’età compresa tra i 2 ed i 5 anni, il coniglio viene ucciso (generalmente per taglio della gola) e la sua carne venduta, benché non sia per il mercato di riferimento una carne pregiata, ma solo di seconda scelta.

Oggi circa il 90% degli allevamenti d’angora si trova in Cina, dove c’è scarsa attenzione normativa al benessere animale (basti pensare anche alle fattorie della bile) e qui annualmente vengono uccisi più o meno 50 milioni di conigli d’angora.

Alcune aziende, a seguito delle inchieste portate avanti dalle associazioni e dei video realizzati, hanno deciso nel corso degli anni di interdire la vendita di prodotti d’angora e tra queste vanno ricordate: H&M, Tommy Hilfiger, Next, Marks & Spencer, ASOS, Topshop e Calvin Klein.

Ma molte altre continuano a vendere sciarpe, maglioni, guanti e tantissimi altri capi d’angora. In attesa che la legislazione cambi, quindi, come sempre la differenza dobbiamo farla noi.

E’ importante sempre leggere le etichette di quello che acquistiamo ed imparare a riconoscere le materie prime usate per la realizzazione di qualsiasi capo di abbigliamento. 

zooplus.it

A breve sarà di nuovo Natale, ecco stiamo attenti a ciò che inseriamo nella nostra lista dei regali. Troppo facile, infatti, accarezzare il proprio cane o bearsi alle fusa del proprio gatto e intanto indossare maglioni o altro, che portano in sé solo un’infinita sofferenza.

In fondo la vanità di un accessorio non può mai giustificare qualsiasi forma di violenza, come quella che si può vedere nelle immagini presenti nell’articolo. A noi, in particolar modo, i conigli – come ogni altro animale – piace vederli liberi, felici, capaci di poter interagire con un essere umano senza dover aver paura di lui, e non tristi protagonisti delle nostre tavole o dei nostri armadi.

Leggere un’etichetta richiede pochi minuti e nulla più, ma davvero può fare la differenza, come in questo caso. L’offerta di un prodotto, come ben sappiamo, è sempre dettata dalla domanda, quindi sta a noi contribuire alla riduzione, fino alla scomparsa totale dell’acquisto dell’angora.

Un’ultima considerazione: la scelta di inserire queste immagini non è dettata né dal voler fare sensazione, né, tanto meno, dal mostrare una violenza inutile. Tale scelta è stata da parte nostra voluta per rendere a pieno l’idea di cosa stiamo parlando, affinché i soliti ben pensanti non possano dire una delle tipiche frasi alibi: “Che esagerazione! Da sempre gli animali producono la lana e gli uomini la utilizzano per coprirsi“. Ecco, al di là del fatto che, ormai da qualche millennio siamo usciti dalle caverne, per cui abbiamo anche altri modi per non sentire freddo, in ogni caso qui c’è davvero uno di quei casi di annullamento del rispetto della vita e questo non possiamo in alcun modo tollerarlo, né tanto meno ignorarlo.

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